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Da "www.regione.lombardia.it"

Falso allarme leucemia, esposto contro Legambiente

22 dicembre 2008

(Ln - Milano) Un esposto contro Legambiente e Isde (Associazione medici per l'ambiente) è stato depositato dall'avvocatura regionale presso la Procura della Repubblica, per "procurato allarme".

Legambiente aveva presentato alla stampa dati eclatanti, estremamente allarmanti appunto, ma non veri e non verificati, sulla diffusione della leucemia nei soggetti fino a 14 anni nelle province di Cremona e di Mantova, cavati da un allegato alla Valutazione di impatto ambientale (di sei mesi prima) della società Centropadane per la costruzione della Cremona-Mantova.

Si parlava di una intensità di casi di leucemia infantile fino a 20 volte superiore alla media regionale. Dati (epidemiologici) poi dimostratisi inattendibili e non veritieri. Una clamorosa bufala. Basti pensare che il numero dei ricoveri era stato scambiato (e spacciato) come numero di pazienti.

Si offrivano anche interpretazioni pseudoscientifiche: colpa del benzene e delle industrie che lo lavorano. Interpretazioni del tutto gratuite su un caso insussistente. Si chiedeva addirittura che la Regione facesse indagini straordinarie. Mentre i dati ufficiali della Regione (e dell'Asl) descrivevano una situazione del tutto nella norma e sotto controllo.

Dal 25 novembre l'allarme si era diffuso a mezzo media nazionali e locali, dopo la conferenza stampa indetta da Legambiente (con il presidente regionale Damiano Di Simine e quello cittadino Renato Guizzardi oltre a Edoardo Bai) e Medici per l'Ambiente-Isde (con il dr. Federico Balestrieri). Ci è voluto del tempo perché almeno sulla stampa non si parlasse più di allarme ma di bufala.

Ora la Regione ha chiesto, con l'esposto, "di accertare la sussistenza di reati (ad iniziare da quello previsto e punito dall'art. 658 C.P. "procurato allarme") ed ottenere, se responsabilità verrà accertata, il competente risarcimento di danni funzionali, burocratici e morali. (Ln)

Da "Giornale di Sicilia" del 5 settembre 2007

Troppi cinghiali a Castelbuono, il sindaco «Via libera alla caccia nei terreni privati»

Castelbuono - Il sindaco Mario Cicero, diessino e di Legambiente, stanco di partecipare a riunioni e incontri infruttuosi per trovare una soluzione all'aumento esponenziale e distruttivo dei cinghiali, nel suo territorio ha aperto anzitempo la caccia. E lo ha fatto con un'ordinanza, la numero 75 del 3 settembre, che autorizza i cacciatori in regola per l'uso delle armi lunghe da fuoco, al fine di salvaguardare i terreni dalle continue invasioni distruttive dei cinghiali e per garantire l'incolumità e la sicurezza di chi vive all'interno di quei fondi.

«Ho preso questa decisione perchè nel corso di un incontro in prefettura è stato scritto in un verbale che il sindaco si dovrà adoperare per tutte le iniziative utili a scongiurare pericoli alla popolazione - dice Mario Cicero -. Ho partecipato a tanti incontri e vertici in prefettura non ultimo a fine agosto quello con tutte le associazioni ambientaliste, ma più di dare mandato all'Ente Parco delle Madoniedi rivedere le procedure per l'abbattimento selettivo e aumentare le gabbie, non si è potuto fare. Soluzioni che, visto la gravità della situazione all'interno del mio territorio servono a ben poco per contrastare quella che a breve sarà un'invasione dei cinghiali delle terre appena colpite dagli incendi».

La paura del sindaco è che i cinghiali rimasti vivi dopo i devastanti roghi di agosto, possano trasferirsi nelle zone di Castelbuono dove già si sono verificati aggressioni che hanno scatenato il panico tra i cittadini, frutteti ed orti sono stati distrutti e muretti di recinzioni sono stati abbattuti.

 Ma non sono solo i cinghiali a preoccupare il sindaco. Ci sono anche i tanti daini che devastano la flora e le capre selvatiche che rincorrono i pastori o chi passeggia per i boschi. Un sindaco già protagonista delle cronache nazionali, perchè vuole utilizzare gli asini al fine di incrementare la raccolta differenziata nel suo comune.

«Nei giorni scorsi un gruppo di cinghiali hanno aggredito un pastore del vicino paese di Gratteri - dice mario Cicero -. Con un morso lo hanno ferito alla gamba. Cerco di far capire che siamo davvero in pericolo e che prima o poi le frotte di cinghiali possono attaccare e fare davvero male. Forse allora la mia ordinanza non sarà solo una boutade, ma un provvedimento serio».

Contro le doppiette a Castelbuono le associazioni animaliste e ambientaliste ricorreranno al Tar per bloccare un preoccupante precedente. «E' un provvedimento illegittimo e contro questo ricorreremo al Tar - afferma Ennio Bonfanti della Lav - come farà a stabilire il sindaco se i cacciatori a Castelbuono spareranno al cinghiale in zona protetta del Parco o effettivamente nei fondi di loro proprietà? Un provvedimento che non servirà a risolvere il problema che esiste, ma è stato creato da chi ha fatto proliferare i cinghiali portandoli da fuori. Nelle macellerie della zona, il cinghiale è un animale molto richiesto dai ristoratori. Con la scusa di proteggersi potrebbe fiorire un mercato della carne poco lecito». Anche l'Enpa (ente nazionale protezione animali) si attiverà per bloccare il provvedimento.

«E' un atto illegittimo. Il sindaco non può dare questo tipo di autorizzazione - afferma Alessandra Montalbano, coordinatrice regionale Enpa -. Ci attiveremo anche a livello nazionale per bloccare questa ordinanza».

Massimo Belli presidente dell'Ente Parco delle Madonie appare molto perplesso circa la validità dell'ordinanza del sindaco. «Ero rimasto all'incontro che a fine agosto avevamo avuto in prefettura a Palermo - dice Belli -. Non mi sembra che il sindaco possa autorizzare a sparare in zona di Parco. Qui la caccia è vietata dalla legge regionale. Il problema esiste visto che siamo stati in tanti in prefettura a Palermo, mi sembra che questa non sia la via da intraprendere». 

Ignazio Marchese  

Da "www.ansa.it" del 20 aprile 2004

AMBIENTE: DENUNCIATO DIPENDENTE WWF PER BRACCONAGGIO


           
  (ANSA) - CAGLIARI, 20 APR - Un dipendente del Wwf è stato denunciato a piede libero per bracconaggio, nell'oasi protetta dell'Associazione ambientalista di Monte Arcosu nel Cagliaritano, dagli agenti del Corpo regionale forestale. L'uomo, di 62 anni, è stato segnalato all'autorità' giudiziaria, assieme ad altri quattro giovani complici, perché sorpreso con quattro cinghiali catturati con i lacci. L'operazione degli agenti del Corpo di vigilanza ambientale di Capoterra è scattata domenica mentre nell'oasi del Wwf vi erano diversi visitatori. Agenti in borghese si sono confusi con i vari gruppi di escursionisti mentre altri in divisa hanno controllato alcuni punti strategici. I Forestali hanno così osservato l'uomo che con l'auto fuoristrada del Wwf si è recato in una zona interdetta alla circolazione privata dove ha caricato sullo stesso automezzo quattro cinghiali catturati con lacci. Gli animali, come hanno visto gli agenti appostati fra la vegetazione di Monte Arcosu, sono stati poco dopo caricati su un'altra autovettura privata con a bordo due coppie di giovani che, una volta fermati, sono risultati amici e parenti del dipendente del Wwf. Sono stati, quindi, sequestrati i cinghiali mentre l'uomo, principale indiziato, è stato accompagnato dagli uomini dell'ispettore Fabrizio Madeddu, che ha coordinato l'operazione, sul luogo della cattura degli animali dove sono stati trovati altri lacci ancora innescati. I Forestali hanno inviato un dettagliato rapporto all'autorità giudiziaria sull'episodio e sulla posizione di altri dipendenti del Wwf nei cui confronti sono tuttora in corso accertamenti. L'Oasi, la più grande del Wwf in Italia, si estende su 3.600 ettari e si trova nel complesso forestale di Monte Arcusu e Piscina Manna, che costituisce la foresta di macchia mediterranea più ampia dell'intero bacino mediterraneo.

(ANSA). AR  20/04/2004 11:22

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Da "Panorama.it" del 23 gennaio 2004

ABRUZZO: GUAI NELLA RISERVA

Parco della cuccagna

Gestione disinvolta e spese faraoniche. Cala la scure della Corte dei conti

Finanziamento illegittimo a enti privati, spese per missioni all'estero e in Italia non accompagnate da un minimo di rendicontazione, utilizzo abusivo di carte di credito intestate all'ente. E poi uso a gogò di automobili, appartamenti e beni vari. È proprio la sintesi di oltre 30 anni di disastrosa (almeno da un punto di vista amministrativo) gestione del Parco nazionale d'Abruzzo quella che viene fuori dalla sentenza della Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Abruzzo.
Un atto depositato pochi giorni fa, che condanna Franco Tassi e Fulco Pratesi, ovvero l'ex direttore generale e il presidente attuale del Parco. Il primo, per ben 33 anni al timone di un organo a cui ha dato la sua vita, ma che aveva trasformato in una sorta di repubblica indipendente, dove le regole erano solo quelle che uscivano dalla sua bocca, deve restituire all'ente 914.512,56 euro. Pratesi deve invece sborsare 88.283,65 euro. La sua posizione è certamente diversa da quella di Tassi. Al numero uno del Wwf vengono addebitate in modo diretto le gravi incongruenze emerse nell'attribuzione di mansioni superiori ai dipendenti, senza riscontri né provvedimenti di nomina. E poi l'elargizione di anticipi sulle liquidazioni che non potevano essere concessi.

Ma la colpa certamente più grave del presidente Pratesi è aver lasciato per tanti anni carta bianca a Tassi, direttore generale fino al settembre del 2002 quando, con il Parco ormai sull'orlo della bancarotta, fu licenziato per giusta causa. In una inchiesta pubblicata da Panorama nel febbraio dello scorso anno (articolo per il quale Tassi ha querelato il giornale) veniva descritta la situazione finanziaria del Parco nazionale d'Abruzzo e venivano riportate le dichiarazioni di una fonte del ministero dell'Ambiente: «Abbiamo trovato un falso in bilancio di circa 10 milioni di euro. Da una verifica sono venuti fuori scoperti bancari, spese mai contabilizzate, contributi previdenziali non versati, assunzioni senza concorso».

La pronuncia della Corte dei conti fa chiarezza. Dice chiaro e tondo che «l'anomalia di tutta l'attività del Parco è rappresentata dal ruolo del tutto trasmodante che è stato assunto dal direttore». Un direttore, Tassi, che aveva affittato a Roma uno stabile per adibirlo a sede di rappresentanza obbedendo a «logiche personalistiche e di prestigio non istituzionali». Tanto che vi ospitava «soggetti privati».
Significativo poi il conferimento indebito di risorse a enti privati gestiti da suoi familiari o l'acquisto di un'auto «di classe sicuramente eccedente le esigenze operative» che non ha mai restituito. Fino alla «abusiva utilizzazione delle carte di credito intestate all'ente».
Tutto finito, adesso si tratta solo di proseguire sulla strada del risanamento economico-finanziario. Proprio il mese scorso il ministero dell'Ambiente ha prorogato di altri due anni il contratto di lavoro dei precari assunti irregolarmente da Tassi. Adesso tocca a Pratesi. «Spero di chiarire in appello la mia posizione e di dimostrare che la mia condotta non ha provocato danni allo Stato» dice a Panorama il naturalista. «Su Tassi riponevo una fiducia totale. Lo consideravo capace e al di sopra di ogni sospetto. Purtroppo riconosco che non era così. Sono stato ingenuo».

 
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