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Sicilia, regione dell’Italia insulare (25.707 kM2, 4.966.400 ab.,
Palermo), costituita dall'isola omonima del mar Mediterraneo (25.426
krn2) situata quasi a metà strada tra Gibilterra e Suez, di poco
disgiunta dalla penisola italica (stretto di Messina, 3 km ca.) e a non
molta distanza dalle coste africane della Tunisia (canale di Sicilia,
150 km ca.), nonché dagli arcipelaghi, situati a poca distanza dalle
sue coste (Eolie o Lipari, Egadi, Pelagie), oltre che dalle due più
lontane isole d’Ustica e di Pantelleria. La posizione della Sicilia,
al centro del Mediterraneo, ha contribuito notevolmente al suo sviluppo
economico e culturale, dall'antica civiltà greco-romana sino a quella
Araba e normanna; poi, con la scoperta del Nuovo Mondo e lo spostamento
sull’Atlantico di tanta parte degli interessi politico-economici
europei, la Sicilia è rimasta quasi avulsa dal crescente progresso non
solo dei paesi dell'Europa ma anche della stessa Italia. Per la sua
forma triangolare è stata chiamata dagli antichi Trinacria, vale a dire
un triangolo i cui vertici sono al capo Faro (a nord-est), al capo
Passero (a sud) e al capo Lilibeo (ad ovest); tre sono anche i mari sui
quali si affacciano le sue fronti, che hanno complessivamente uno
sviluppo di 1040 km: il mar Tirreno a nord, il mar Ionio ad est e il mar
di Sicilia a sud.
Come il resto della penisola italiana, anche la Sicilia ripete in
parte le stesse vicende neoioniche la formazione più antica è limitata
ai monti Peloritani, nel
settore nordoccidentale dell'isola, dove appunto la natura cristallina
delle rocce ci riporta all'era paleozoica, quando dal mare emergevano
soltanto questi rilievi. Nell'era successiva, la mesozoica, un'alta pila
di strati sedimentari si andava cumulando sul fondo del mare adiacente,
per poi emergere e costituire l’abbassamento di rocce calcaree,
dominante tutta l'isola, ma non ovunque affiorante in superficie.
Infatti, nell'era cenozoica vi si depositarono sopra altri strati,
formati perlopiù da argille scagliose e da marne, lasciando scoperte
soltanto le dorsali allineate a ridosso della costa settentrionale e
qualche parte della regione limitrofa. Verso la fine dell'era terziaria,
altri depositi vennero ad interessare alcune aree nel distretto di
Ragusa e nella regione centrale, in parte asfalterei e in parte salina,
ma in maggioranza gessoso-solfiferi, quelli appunto che dovevano poi dar
luogo ad un notevole sfruttamento minerario. L'attività vulcanica si
manifestava intanto presso la sponda orientale, tra la fine dell'era e
l'inizio della quaternaria, assumendo forme imponenti nella gran mole
dell'Etna. Ultime a completare il quadro generale, si aggiunsero le
piane costiere, e in modo più massiccio quelle che dovevano costituire
la vasta fascia pianeggiante dal golfo di Gela al capo Lilibeo.
Alla fine di tante vicende è risultata una morfologia alquanto varia
nelle sue linee, con paesaggi che denotano contrasti notevoli tra i
litorali del tirreno e lo ionico e quello meridionale, ma soprattutto
tra la costa e l'interno. La collina si estende sul 60% dell'area
totale, la montagna sul 25%, mentre alla pianura è riservato solo il
15%, pari a poco più di 3500 km. Nella vasta disposizione dei rilievi,
l'unico settore in cui si può intravedere un allineamento di monti a
catena, è quello settentrionale, a ridosso della costa tirrenica,
procedendo dallo stretto di Messina verso ovest s’innalzano, infatti,
i monti Peloritani di antiche rocce granitiche metamorfosate simili a
quelle del vicino Appennino Calabrese, seguono i monti Nebrodi (o
Caronie) e i monti Madonie, entrambi costituiti prevalentemente da
calcari e da dolomie mesozoiche. Tutto questo bastione, lungo quasi 180
km, da Messina alla valle del fiume Torto, non ha vette superiori ai
2000 m (pizzo Carbonara, 1979 m, monte Soro, 1847 m) e presenta forme
che solo in pochi tratti si fanno aspre e ardite; notevole è piuttosto
il contrasto tra le dorsali, a volte terrazzate o lievemente ondulate, e
i ripidi pendii intagliati da valli strette, che incombono sul mare e
solo nel loro ultimo tratto si aprono in letti ghiaiosi, simili
nell'aspetto alle fiumare calabre. A ovest e a sud delle Madonie, il
rilievo assume ben altro aspetto: non più un unico allineamento, ma
gruppi isolati, come la rocca Busambra (1613 m), il monte Barracu (1420
m), il monte Cammarata (1578 m) e altre cime minori che si tengono sotto
i 1000 m; da quest'area insensibilmente si trapassa all'esteso e
ondulato altopiano interno sui 300-350 m, regno delle argille mioceniche
assai friabili, in un paesaggio arido, spoglio di vegetazione arborea,
che preannuncia quello della vicina Africa. Anche le alture dei monti
Erei modificano di poco il paesaggio di squallore in quest'area centrale
dell'isola. Nella cuspide sudorientale i monti Iblei, di rocce calcaree
e in parte di basalti e di rocce eruttive, toccano la massima altitudine
nel monte Lauro (986 m), ma nel complesso non mutano la linea generale
del quadro in questo settore, arido e fortemente inciso dall'erosione
dei corsi d'acqua. Migliore è il paesaggio oltre la piana di Catania,
tra il corso del Simeto e quello dell'Alcantara, dominato dall'imponente
mole dell'Etna (3323 m), la più alta cima dell'isola, uno dei maggiori
vulcani attivi del mondo, con due crateri e più di duecento coni
eruttivi. Grandi colate di lava dalle alte bocche scendono sin quasi ai
bordi del mare e creano poi, con il loro conseguente disfacimento, il
terreno più fertile dell'isola. Al distretto Siciliano appartengono
altri due apparati eruttivi: le isole Vulcano e Stromboli, entrambe
attive con frequenti emanazioni di lava, bombe e lapilli. Di natura
vulcanica sono pure le altre isole delle Lipari e delle Egadi. Le
pianure, a eccezione di quelle di Catania e di Gela, ricoprono aree
molto limitate e perlopiù ubicate lungo tratti di costa, in
corrispondenza di Milazzo, di Termini Imerese, della Conca d'Oro a
Palermo, di Castellammare, e per lunga striscia sulla costa dei mar
d'Africa. La pianura di Catania, oltre che per ampiezza di superficie,
è anche la più ferace e produttiva, costituita da suolo alluvionale,
con sedimenti portati al basso dalle acque ruscellanti delle pendici
laviche dell'Etna. Gran parte della regione Siciliana è soggetta a
notevole sismicità. Si ricorda il disastroso terremoto avvenuto nella
regione dei monti Iblei (1693), che causò decine di migliaia di
vittime; pure disastrosi quelli di Messina (1908) e dei Belice (gennaio
1968). Forse la zona meno soggetta a scosse sismiche è quella centrale,
relativamente più stabile rispetto alla fascia costiera orientale e
alla cuspide occidentale.
Le coste presentano lunghi tratti pianeggianti, con lidi bassi e
sabbiosi, alternati a tratti rocciosi; questi soprattutto sono notevoli
e si prolungano per più chilometri sulla fronte settentrionale, che va
dal capo Faro sino al capo San Vito. A rendere tali coste alte e
rocciose sono i contrafforti dei rilievi che corrono paralleli e a
ridosso dei mare. Cinque sono le insenature maggiori: di Milazzo, di
Patti, di Termini Imerese, di Palermo (in corrispondenza della Conca
d'Oro) e di Castellammare. Doppiato il capo San Vito e per tutto il
litorale del canale di Sicilia sino al più meridionale capo Passero, le
coste corrono uniformi e perlopiù basse con alcune formazioni di dune
sabbiose, che hanno determinato in certi tratti zone paludose. L'ampio
goffo di Gela è l'unica debole rientranza delle coste meridionali. Più
vada e movimentata è la fronte sul mar Ionio, dove i capi di Santa
Croce e Murro di Porco delimitano i golfi di Augusta e di Siracusa; poi,
quasi nel settore di mezzo, si apre l'ampia piana di Catania, con il
goffo di Catania a costa bassa e sabbiosa. Il litorale riprende a farsi
alto e roccioso in corrispondenza delle colate laviche dell'Etna, alle
quali s’innestano, a nord, i rilievi dei monti Peloritani, che qui
scendono ripidi al mare.
Le isole più prossime alla costa sono quelle dei gruppo delle Egadi
(Marettimo, Levanzo, Favignana), poste di fronte a Trapani. Il gruppo
insulare più numeroso è quello delle Eolie (Lipari, Stromboli,
Vulcano, Salina, Panarea, Filicudi, Alicudi), al largo dei golfo di
Patti, tutte di natura vulcanica, con crateri ancora in attività, come
in Stromboli e in Vulcano. Della stessa origine è pure l'isola di
Ustica, appartata nel mar Tirreno, 50 km ca. al largo di Palermo. Ancor
più fontane dalla costa si trovano nel canale di Sicilia le isole
Pelagie (Lampedusa, Linosa, Lampione), buone basi di pesca e località
frequentate dai turisti. Anche l'isola di Pantelleria è in questo
tratto di mare, nota per le sue vigne (moscato di Pantelleria) e per la
pesca.
I fiumi in siciliani hanno tutti brevi corsi, in conseguenza della
distribuzione dei rilievi, e per di più assai limitata portata d'acqua,
in diretto rapporto alle scarse precipitazioni. Taluni torrenti, specie
quelli tributari dei mari Tirreno, non sono molto dissimili dalle
fiumare calabre, perché da periodi di piena invernale trapassano a
lunghi mesi di completa siccità. Fanno eccezione, lungo il versante
settentrionale, i fiumi Torto (50 km), Il San Leonardo, il Freddo, che
però sono tutti di breve corso. In tanta povertà d'acqua, il settore
meno infelice, dove vanno a confluire i fiumi che scendono sia dai monti
Nebrodi sia dagli Erei, è quello della piana di Catania, attraversata
dal Simeto (90 km) con l'apporto del Dittaino, del Gomalunga e di altri
affluenti minori. A questi è da aggiungere anche l'Alcantara (48 km),
che però lambisce le pendici settentrionali dell'Etna. Vanno al mare,
sulla costa del canale di Sicilia, fiumi di più lungo corso: quali il
Salso o Imera Meridionale (111 km), il Platani (89 km), il Belice (76
km), ma nel complesso assai più poveri d'acqua, perché il loro bacino
si trova proprio nell'area più arida dell'isola, dove per più mesi
durante l'estate non cade una goccia d'acqua e la temperatura si
mantiene sui 30 OC da giugno
a settembre. Due soltanto sono i laghi nel quadro idrografico generale,
ed entrambi su modestissime aree: l'uno è quello naturale di Pergusa,
posto al centro dell'isola, l'altro quello di Guadaiami, nel settore
occidentale, dove il Belice forma un notevole bacino artificiale.
Il clima è quello tipico del Mediterraneo, però con notevole
divario tra la costa settentrionale e orientale rispetto alle zone
interne e al litorale meridionale, aperto alle influenze dei venti caldi
(scirocco) africani. Le piogge sono limitate al periodo invernale, con
una lieve maggiore consistenza sulla fascia montuosa dei Peloritani, dei
Nebrodi e delle Madonie, oltreché sull'Etna, la cui cima nevosa in
inverno rende ancora più evidente il contrasto con il paesaggio
circostante. Le medie delle precipitazioni annuali vanno da un massimo
di 1200-1500 mm a minime di 400 mm, ma su 80% del territorio siciliano
la media si mantiene assai bassa, cioè sui 600 mm annui. La temperatura
media invernale, se nell'interno può scendere anche a 4-5 °C, lungo
tutta la fascia costiera difficilmente scende sotto i 10 .
Clima dunque simile a quello subtropicale, specie
durante l'estate, quando su tanta area interna si fa sentire un caldo
soffocante, con temperature che possono superare anche i 30 °C;
il caldo invece è mitigato là dove soffiano le
brezze marine.
Mettendo a raffronto le condizioni climatiche con la natura dei
terreni argillosi, che si stendono su estesa superficie nell'area
centromeridionale dell'isola, ci si rende ragione dello squallore
imperante: il suolo secca e si spacca, mancano alberi, e le colture
erbacee arrivano a maturazione prima della siccità estiva, è questo il
quadro dominante della Sicilia, che potrebbe in parte mutare solo con
un'adeguata opera d’irrigazione, almeno dove è possibile creare
bacini artificiali. Questa notevole parte di superficie disalberata, di
un colore giallo in estate per le stoppie bruciate sui suoli argillosi
impermeabili, contrasta nettamente con il più ridente quadro vegetale
della fascia periferica, sulla quale riappare la verzura di orti e
giardini e la macchia mediterranea ripresenta lecci, palme, lauri, mirti
ed altre specie di piante sempreverdi. Povertà di prati e dì pascoli
erbosi, oltreché dì aree boschive, ormai limitate alle zone più
elevate dei monti nel settore nord-orientale, quello più beneficiato
dalle piogge invernali. Tra le piantagioni meglio si sono acclimatate,
quelle dell'olivo, della vite, dei mandorlo, degli agrumi, dei melograno
e di altri alberi da frutto. Il manto vegetale che doveva un tempo
ricoprire, a pineta buona parte della fascia costiera è ormai
completamente scomparso, sia a opera dell'uomo, sia ancor più per i
nocivi venti carichi di salsedine provenienti dal mare.
La fauna, a eccezione di specie di uccelli migratori e di altre che
popolano gli stagni costieri meridionali, è assai povera: qualche
coniglio selvatico, rari i rettili e dei tutto scomparso il cervo dai
monti Nebrodi, che un tempo doveva popolare i boschi di queste montagne.
Ottiofauna è ancora quella dei mari che bagnano la penisola: sgombri,
sarde, alici, molluschi, oltre i tonni e, nelle acque di Messina, il
pescespada, oggetto dì particolare caccia.
* Economia
La Sicilia, è rimasta a lungo isolata dallo sviluppo economico, e
solo nel secondo dopoguerra sono giunti finanziamenti e investimenti in
grado di far decollare lo sviluppo. Rispetto al passato, la S. ha fatto
un balzo in avanti, specialmente con il contributo di alcuni settori
industriali. Esistono comunque grossi problemi legati sia alla crisi
internazionale e alla sua influenza sul settore industriale, sia a
squilibri di fondo, propri di questa regione. Inoltre una consistente
speculazione edilizia legata a squilibri interni e uno sviluppo caotico
dei terziari legati al clientelismo, seguito soprattutto alla
concessione costituzionale dell'autonomia della regione, configurano una
situazione economica della Sicilia assai complessa. Così alcuni settori
fanno oggi segnare nuovi regressi dal punto di vista produttivo e
occupazionale. La suddivisione della popolazione attiva evidenzia il
dato inferiore alla media nazionale dell'industria (20,6%), a differenza
di agricoltura (14,7%) e terziario (64,7%).
L'agricoltura presenta due volti contrastanti: quello di una povera
cerealicoltura, estesa sul 70% della superficie agraria e prevalente
nelle aride zone dell'interno, dove un tempo imperava il latifondo e,
quello di una più vada e redditizia ortofrutticoltura lungo buoni
tratti della fascia costiera. Il frumento dà una resa assai bassa. Il
quadro delle colture arboree, vede la Sicilia, detenere il primato per
la produzione degli agrumi: quasi 2/3 delle arance, più di metà dei
mandarini e quasi la totalità dei limoni raccolti in Italia. Gli
agrumeti occupano gran parte della Conca d'Oro e la piana di Catania e
di Gela, con tendenza a estendere questa coltura specializzata anche in
altre zone. Nelle terre sudorientali dell'isola prevale il mandorleto
(Noto, Avola, Floridia, Siracusa), che unitamente agli altri concorre a
una resa complessiva annua di mandorle pari a più della metà del
raccolto italiano. L'olivo è tenuto in parte a coltura specializzata,
come nelle campagne attorno a Termini Imerese, Cefalù, Castelvetrano e
in parte misto con altre colture. Più attenta e assidua cura è
dedicata ai vigneti, che in Sicilia hanno trovato ottimi terreni, specie
in quelli di tipo calcareo. La vite è diventata monocoltura
nell'entroterra di Castellammare, nella zona di Marsala, dei Belice, di
Vittoria, nella regione iblea e soprattutto ai bordi della piana di
Catania. Alla produzione di vini, tra cui ottimi quelli liquorosi di
Marsala, il passito di Pantelleria e il moscato di Siracusa, si affianca
quella di uva da tavola, oggetto di larga esportazione. Aree d’intenso
sviluppo di colture ortensi sono quelle attorno a Palermo, Messina e
Catania, oltre la piana dì Milazzo e alle aree di Vittoria, Scicli e
Agrigento; notevole è la resa in pomodori, in carciofi, patate e legumi
che sono mandati ai mercati del continente come primizie, insieme con
una buona quantità di frutta (mele, pere, pesche, fragole).
L'allevamento, data la scarsità di foraggio e i magri pascoli,
incide scarsamente sul reddito: pochi i capi bovini rispetto agli ovini
e caprini. Si tende a migliorare l'allevamento stallivo dei bovini con l’introduzione
di alcuni tipi di foraggio, come il trifoglio e l'erba medica, almeno
dove è possibile usufruire di parte dell’irrigazione (piana di
Catania).
La pesca, che riveste un'importanza considerevole, ha i suoi centri
maggiori a Mazara dei Vallo e Aci Trezza, ma ottime basi si trovano
anche in numerosi porticcioli della costa tirrenica. Il pescato annuo,
che detiene il primato in Italia, è pari a oltre il 25% dei totale
nazionale. Nel Trapanese si pescano tonni, mentre nelle acque dello
stretto di Messina sardine e pescispada.
Lo sviluppo industriale in Sicilia deve il suo avvio alla recente
scoperta di giacimenti di petrolio, al loro sfruttamento e agli ingenti
capitali privati o provenienti dalla Cassa dei Mezzogiorno.
Nell'immediato dopoguerra gli addetti erano in maggioranza ingaggiati
nelle quantità manifatturiere di modeste dimensioni. Il quadro attuale
è molto diverso: si è giunti a una produzione di energia sufficiente
per i vari complessi che si vanno via via creando nell'isola. Notevoli
sono gli impianti idrici sull'Alcantara, sul Belice, Guadaiami, Sosio,
sull'Anapo e sul Platani; ma l'energia idroelettrica prodotta è ben
poca cosa di fronte a quella che può essere elargita dalle grandi
centrali termoelettriche, sorte a Messina, Palermo, Augusta e in altri
centri minori, dove arriva l'approvvigionamento dei petrolio grezzo. Se
il simbolo dell'industria siciliana nell'Ottocento poteva essere
rappresentato dalle zolfo, ora tale simbolo è stato sostituito dalla
chimica, o meglio dalla petrolchimica. L'attività estrattiva nell’altopiano
(gessoso-solfifero, esteso su buona parte delle province di Enna e
Caltanissetta, ha segnato un fortissimo calo in conseguenza della gran
concorrenza dello zolfo statunitense ed è stata interrotta nel
1986.Forse potrà in parte rimpiazzare la perdita di tale produzione lo
sfruttamento delle miniere di sali potassici, che ha intensificato la
loro attività nelle località di San Cataldo, Santa Caterina, Montedoro
e Realmonte, con buone prospettive per il futuro. A ciò si aggiunga il
petrolio trovato in parte nel piano dei Signore (presso Gela), parte
sull'altopiano calcareo di Siracusa, oltreché nel distretto di Ragusa.
1 grandi complessi petrolchimici sorti nelle zone di Gela, Siracusa,
Augusta e le grosse raffinerie sfruttano tuttavia per la maggior parte
il greggio proveniente dal Medio Oriente.
Proprio in corrispondenza di queste aree, esistono industrie nel
Catanese e nel Palermitano. Vari stabilimenti chimici, nel distretto tra
Siracusa e Augusta, producono fertilizzanti, ammoniaca, acido solforico,
materie plastiche ecc. Altri stabilimenti della Montedison si trovano
nella zona mineraria dell'interno. L'Ente Regione e la Cassa dei
Mezzogiorno hanno favorito anche i nude delle piccole industrie legati
alla lavorazione dei prodotti della terra (pastifici, molini, caseifici,
industrie enologiche ecc.), alle produzione di prefabbricati, articoli
di abbigliamento, imbarcazioni e anche parti meccaniche. Un esempio
tipico di aree plurindustriale è quella di Catania, la seconda città
dell'isola per popolazione, ma la prima per numero di addetti
all'industria Infatti Palermo, centro amministrativo dell'isola, assorbe
in maggior parte manodopera impiegatizia.
Un apporto notevole allo sviluppo dell'economia della Sicilia è
stato dato da una migliore e più estesa rete di comunicazioni, giunta a
20.700 km di strade, di cui 570 km di autostrade. La cura in modo
particolare alla viabilità per un più veloce allacciamento dei
distretti industriali e delle città portuali con l'interno. La natura
dei terreni argillosi, soggetti a facile erosione, crea sovente frane e
smottamenti in tante zone collinose, quindi è necessaria una costosa
manutenzione anche per le strade secondarie. Per i collegamenti con il
confinante vi sono diverse linee dì navigazione; tra le più frequenti
è la Palermo-Napoli, ma la maggior parte dei traffico s'incanala
attraverso lo stretto di Messina, con servizi di navi-traghetto.
L'aeroporto più attivo è quello di Punta Rais (Palermo), oltre agli
scali internazionali di Catania e Messina. Per volume di merci importate
ed esportate sono in crescente aumento i porti di Siracusa, Augusta,
Catania e Gela, specie per quanto riguarda lo sbarco di petrolio grezzo
e gli imbarchi di prodotti petroliferi, oltreché di fertilizzanti,
sale, zolfo. Tra le altre merci di notevole scambio, figurano vini,
agrumi, ortaggi, prodotti dell'artigianato, mentre all'isola sono
forniti prodotti delle industrie metallurgiche e meccaniche, materiali
da costruzione e manufatti vari. Dal turismo si attende uno sviluppo
maggiore, anche se passi notevoli sono stati fatti nell'attrezzatura
alberghiera in varie località dell'isola, specie in quelle preferite
dalle correnti turistiche straniere (113 del totale).Vi sono angoli
incantevoli che attirano per le loro bellezze naturali e il dolce clima
invernale, oltre una ricchezza di monumenti storico-artistici a
testimonianze delle passate civiltà greco-romana, araba e normanna.
L'afflusso turistico è prevalente a Taormina, Siracusa, Segesta,
Palermo, Selinunte, Tindari, Lipari, Trapani e alle stazioni idrotermali
di Acireale, Termini Imerese, Sciacca e Castroreale. La pesca subacquea
ha i suoi principali campi dì attività alle isole Eolie, alle Egadi, a
Ustica e a Pantelleria.
* Storia
-- Preistoria
La presenza dell'uomo in Sicilia fin dal Paleolitico è attestata da
numerose grotte del Palermitano, delle Egadi e dalle stazioni di Pachino
e Novara di Sicilia. Il Neolitico è rappresentato in tutta l'isola da
una civiltà, denominata di Stentinello, dalla località presso
Siracusa, in cui vennero alla luce importanti reperti. Questa civiltà
della pietra levigata, si protrasse a lungo nell'isola, quando le
regioni dei Mediterraneo orientale erano entrate da tempo nell'età dei
metalli e nella storia. Sin dai tempi più remoti, per la sua posizione
al centro del Mediterraneo e in prossimità di due continenti, l’isola
subì influenze dì culture apportate da popolazioni di diversa
provenienza (Africa, Spagna, Italia).Le prime popolazioni isolane a noi
note furono gli Elmi, un gruppo mediterraneo precario, proveniente forse
dalla Libia. Nel Il° millennio a.C. giunsero, probabilmente dalla
Spagna, i Sicani (iberi), che si confusero con gli Elmi, nella parte
occidentale dell'isola dove ebbero in seguito centri importanti, come
Erice e Segesta. Nella parte centrorientale si stanziarono, invece, i
Siculi, gente di stirpe aria provenienti dalla penisola e
linguisticamente affini alle popolazioni italiche.
-- Storia antica
Solo nel I millennio a.C., con l'arrivo dei Fenici e dei Greci, la
Sicilia entra nella storia. Da allora, e per 2200 anni ca., la posizione
privilegiata tra due continenti rese la Sicilia un centro di grandi
civiltà (greca, bizantina, araba, normanna) o il campo di battaglia di
popoli diversi, tesi al predominio nel Mediterraneo (Greci, Fenici,
Cartaginesi, Romani, Arabi, Normanni, Spagnoli).I Fenici fondarono scali
ed empori intorno al 1000 a.C., e ì loro eredi Cartaginesi,
trasformarono in città lungo la costa occidentale dell'isola, come
Panormo, Mozia, Solunto. Questi centri ebbero notevole importanza nel VI
o V sec. A.C. Mercanti coraggiosi e attivi, i Fenicio-Cartaginesi non
furono, però, dei grandi coloni, e in Sicilia non lasciarono orme
profonde. Ben diversa è l'importanza della comparsa dei Greci (Vili
sec. a.C.): più che una colonia da sfruttare o uno sbocco commerciale,
la Sicilia apparve un vastissimo territorio da valorizzare; per la
fertilità della terra l'isola fu la meta di un'imponente emigrazione
tanto da divenire presto una delle più splendide regioni del mondo
ellenico (Magna Grecia).Qui sorsero tra il VII e il VI sec. a.C. le
città di Siracusa, Gela, Agrigento, Naso, Tauromeno (Taormina),
Catania, Lentini, Zancle, Megara Iblea, Selinunte, Imera, alcune delle
quali, già nel VII-VIII sec. superarono le città della madrepatria in
potenza e ricchezza, irradiando in molte zone dell’Italia e d'Europa
la civiltà greca. Vi nacquero o vissero a lungo molti dei personaggi
più rappresentativi della cultura ellenica, come Eschilo, Senofane,
Teocrito, Stesicoro, Pindaro, Epicarmo, Simonide, Bacchilide, Empedocle,
Dione e altri. Pur abitando le zone costiere e lasciando ai Siculi
dell'interno la loro indipendenza, i coloni greci esportarono in
Sicilia, le loro tecniche agricole, introdussero nuove piantagioni,
grecizzarono i popoli dell'interno con la lingua e l’alfabeto,
lasciando di sé un'impronta che né i Romani né degli Arabi seppero in
seguito cancellare. Come nella madrepatria, anche nelle città greche
della Sicilia scoppiarono presto le lotte sociali e le guerre di
predominio, che nemmeno ì primi codici scritti in Europa a opera di
Caronda a Catania e di Dione a Siracusa riuscirono a placare. Le lotte
aprirono la strada al governo dei tiranni (VI-IV sec. a.C.), che resero
potenti le città di Gela, Agrigento e soprattutto Siracusa. Dal V al
VII sec. questa città, retta da tiranni illuminati, s’impadronì di
gran parte dell'isola, impose la sua supremazia alle città greche del
mar Ionio, ridusse l'Adriatico a un mare ellenico, fondando Ancona e
occupando Adria. E mentre i Greci della madre-patria vincevano i
Persiani a Maratona (490) e Sciamani (480), quelli di Sicilia, guidati
da Gelone di Siracusa, sbaragliavano i Cartaginesi a Imera. Persino
Atene temette la potenza di Siracusa, e il suo esercito, sbarcato in
Sicilia, fu distrutto (415 ca.), Nel Il sec., invece e abbastanza
rapidamente i Greci di Sicilia furono travolti da nuove forze; Cartagine,
padrona del Mediterraneo occidentale, e Roma, la forza emergente. Già
dopo la prima guerra punica (264-41) la Sicilia, a esclusione di
Siracusa, divenne una provincia romana. Durante la seconda guerra
punica, Siracusa, dopo un lungo assedio, fu semidistrutta (212) e non si
riprese mai più.
Nell'ambito dello Stato romano la Sicilia svolse un ruolo di minore
importanza; l'economia isolana fu modificata e sottomessa alle esigenze
imperialistiche di Roma. Messe in crisi le attività mercantili e
industriali, l'isola divenne rapidamente il granaio della capitale.
Grandi estensioni di terre, confiscate ai vinti e l'uso nelle campagne
di decine di migliaia dì schiavi di guerra trasferitivi dall'Africa e
dall'Asia, determinarono il crollo della piccola proprietà agricola e
il diffondersi dei latifondo, della pastorizia e della cerealicoltura.
La rovina coinvolse intere classi sociali e spopolò le campagne; il
fiscalismo e la corruzione dei governatori romani scatenarono feroci
rivolte (quella degli schiavi di Eurio nel 140-32, quella di Salvio nel
104-01), che sconvolsero l'intera isola. Solo nel I sec. a.C. Roma
cercò di riparare risollevando la piccola proprietà e pose le basì
della successiva prosperità. Nell'età imperiale (i -V sec. d.C.) la
Sicilia fu una regione ricca e tranquilla ma cessò di essere un
importante centro di cultura.
-- L'alto Medioevo
Nel periodo delle invasioni barbariche la Sicilia, fu preservata
dalle devastazioni, anche se Vandali e Ostrogoti vi fecero una rapida
apparizione. Nel Vi sec. Belisario la occupò in nome dell'imperatore
romano d'Oriente Giustiniano. Da quel momento e fino al IX sec. la
Sicilia rimase una provincia bizantina, e Siracusa fu la sede dello
stratega imperiale. Il potere vi fu sempre debole, feroce il fiscalismo,
in crisi le attività mercantili, disturbate dalle scorrerie arabe, che
costrinsero molti abitanti dell'isola a riparare sulle montagne
dell'interno. Nonostante il prestigio della Chiesa romana, i bizantini
favorirono la grecizzazione della lingua, della cultura e della Chiesa
di rito greco.
Grazie alla conquista araba la Sicilia uscì presto dall'oscurità
dell'alto Medioevo; iniziata con lo sbarco a Mazara dei Vallo (827), si
concluse nel 902.Prima l'isola dipese dagli emiri di Tunisia, poi da
quelli d'Egitto, infine (960-1042), sotto i Kalbiti fu in pratica un
principato autonomo. Riacquistata la posizione di ponte
intercontinentale, la Sicilia ebbe ancora cinque secoli di grande
splendore. Nella parte occidentale dell'isola, grandi opere irrigue, la
distruzione dei latifondi, il ripopolamento mediante coloni berberi e
arabi, l’introduzione della coltivazione di agrumi, canna da zucchero,
cotone e gelso fecero rifiorire l'agricoltura. Nella parte orientale
continuò a prevalere l'elemento greco e latino. Massiccia fu la ripresa
industriale e mercantile nelle città costiere, ripopolate o frequentate
da mercanti levantini, ebrei, greci, amalfitani e pisani. Palermo, con i
suoi 200.000 ab. e le sue trecento moschee, fu tra le maggiori città
dell'islam e gran centro di cultura. Nell'XI sec. i Kalbiti caddero e i
Normanni di Ruggero d'Altavilla conquistarono l'isola. Come gli arabi,
essi mantennero le preesistenti istituzioni, garantirono le libertà
civili e religiose, gli interessi politici ed economici di Latini,
Greci, Arabi, Berberi, Ebrei, Levantini. Ruggero li, ereditata anche
l'Italia meridionale, fece di Palermo la capitale dello Stato più
florido ed evoluto d'Europa. I re normanni furono tanto potenti da
tenere testa a imperatori e papi, combatterono con successo Veneziani e
Bizantini, occuparono città della costa africana, forzarono lo stretto
dei Dardanelli, sognarono un grande impero cristiano con capitale
Palermo. Artisti e scrittori di ogni paese e religione frequentarono la
loro corte; altri vi innalzarono opere di rara bellezza. Alla morte dì
Guglielmo Il (1189), l'erede Costanza d'Altavilla, sposa dì Enrico Il
di Svevia (figlio di Federico Barbarossa), portò sul trono dei regno
dì Sicilia, questa famiglia, che ebbe l'esponente più illustre nel
figlio di Costanza, Federico Il (1197-1250): sovrano moderno, grande
mecenate, protesse le arti e le scienze e diede vita alla «scuola
siciliana" di poesia prima espressione d'arte della letteratura
italiana.
La morte di Federico Il fu causa di tristi eventi: l'ostilità dei
papato, di Firenze e Venezia fu la causa della caduta degli Svevi (morte
di Manfredi a Benevento, 1266) e dell'avvento degli Angioini nell’Italia
meridionale. Il trasferimento della capitale a Napoli, il fiscalismo
esoso, l'aumentata potenza della nobiltà feudale, l'ostilità
dell'elemento latino e cattolico verso maomettano, ebreo,
greco-ortodossi crearono in Sicilia un tale malessere da scatenare la
lunga e dannosissima guerra dei Vespro (1282-1303).L'isola, staccatasi
dal regno Angioini, divenne un regno autonomo sotto la dinastia
d'Aragona, imparentata con gli Svevi. La decadenza fu rapida: perduto di
nuovo il ruolo di punto di raccordo economico-culturale-razziale tra due
continenti in relativa pace tra loro, la Sicilia, staccata dal
Meridione, divenne sempre più un troncone isolato dell'Europa moderna.
Alla fine dei Medioevo, mentre sul continente l'organizzazione feudale
dello Stato era al tramonto, nell'isola il feudalesimo sì impose come
non mai. I nuovi monarchi non seppero fissare profonde radici nel paese
e non riuscirono a dominare, fondere esigenze e interessi tanto
contrastanti tra genti diverse per razza, lingua, religione e costumi.
La sempre più accentuata e rapida cattolicizzazione e latinizzazione
del paese e la sempre più grave crisi economica spinsero Levantini,
Greci, Berberi, Arabi, Ebrei a emigrare; carestie, terremoti,
pestilenze, malaria accentuarono lo spopolamento, tanto che nel XV sec.
gli Aragonesi cercarono di ripopolare intere zone abbandonate dell'isola
con profughi dalla penisola balcanica conquistata dai Turchi.
-- L'età moderna
Divenuta un vicereame spagnolo (1503-1713), la Sicilia decadde sempre
più. l'insofferenza razziale e religiosa si concluse con l'abolizione
della libertà dei culti, con l’espulsione degli Ebrei dall'isola
(1513) e l'introduzione dei Sant'Uffizio. La scoperta dell'America, le
feroci guerre nel Mediterraneo tra gli Spagnoli cattolici e i Turchi
maomettani trasformarono quel mare prima in un campo di battaglia, poi
in un deserto. I porti della Sicilia, da millenni centri attivissimi di
scambi, furono trasformati in piazzeforti e cittadelle imprendibili, e
la borghesia mercantile in pratica distrutta. I baroni si impossessarono
persino delle terre dei demanio e alcuni latifondi si estesero a tal
punto da divenire veri principati, in cui i signori imposero tasse,
amministrarono la giustizia, anche se preferirono vivere nei loro
palazzi di Palermo e frequentare la corte. Abusi, fiscalismo,
brigantaggio, scorrerie turche, cataclismi, malaria spopolarono l'intera
regione; le rivolte dei 1647-48 a Palermo e dei 1674 a Messina
peggiorarono le condizioni del popolo. Nel XVI sec. le guerre di
successione tra le grandi monarchie europee determinarono il passaggio
della Sicilia prima ai duchi di Savoia (1713-18), poi agli Asburgo
d'Austria (1718-35) e infine ai Borboni di Napoli, che la riunirono al
Meridione, per questo Palermo perdette il ruolo di capitale. Durante il
secolo dell'illuminismo in Sicilia non successe nulla di rilevante;
l'isola divenne sempre più un paese a economia agro-silvo-pastorale
dominato dai baroni e dai latifondisti, mentre i contadini, ignoranti e
poverissimi, rimasero oppressi da un'infinità di obblighi feudali. Dal
1799 al 1802 e dal 1806 al 1815 il re Ferdinando IV di Borbone visse a
Palermo, nel periodo in cui la parte continentale dei suo regno fu
occupata dai Francesi e dai re napoleonici, ma riuscì persino ad
alienarsi i baroni con il suo assolutismo monarchico, tanto che i
Britannici, protettori con le foro navi dell'isola, finirono per
accogliere le istanze dei Parlamento isolano e costrinsero il sovrano a
concedere una Costituzione (1812), che limitava i poteri dei re. ornato
a Napoli (1815), il sovrano tolse l'indipendenza all'isola, abolì la
Costituzione dei 1812 e imperversò con feroci repressioni. Ciò
aumentò il malcontento e alimentò l'avversione ai Borboni, che si
espresse in continue rivoluzioni a partire dal 1820-21. Nel 1820 i
Siciliani reclamarono il ripristino della Costituzione dei 1812 e
manifestarono tendenze separatiste, tanto da ribellarsi allo stesso
Governo rivoluzionario che a Napoli aveva costretto i Borboni ad abolire
l'assolutismo monarchico. L'intervento della Santa Alleanza ripristinò
l'assolutismo in tutto il Meridione, ma durante il regno di Francesco I
la situazione nell'isola divenne grave. Nel 1837 durante l'epidemia di
colera scoppiarono sommosse a Catania e Siracusa. Nella rivolta del 1848
i Siciliani dichiararono decaduti i Borboni e crearono un Governo
provvisorio, di cui facevano parte F. Crispi e F. Calvi. I Borboni
ritornarono con la forza nell'isola, ma Palermo e Messina si difesero
strenuamente; Palermo si arrese solo il 15 maggio 1849.Nuovi moti
scoppiarono nel 1855 e nel 1859, in concomitanza con la seconda guerra
d'indipendenza: le tendenze separatiste allora si attenuarono,
sostituite da quelle unioniste allo Stato italiano. Nel 1860 Garibaldi
sbarcò nell'isola: Palermo cadde il 27 maggio 1860, e la Sicilia fu
rapidamente liberata; dopo un plebiscito essa fu annessa al nuovo Regno
d'Italia nel 1861.L'economia dell'isola non migliorò e le condizioni
delle masse rimasero miseramente anche nei decenni successivi
all'unificazione. Un accentuato fiscalismo, la lunga leva militare
obbligatoria alimentarono il brigantaggio, determinando la legge
marziale (1865-66) e l'invio di un corpo di spedizione per reprimere le
rivolte di Palermo e abbattere il Governo provvisorio creato dai
rivoluzionari. La repressione fu pesante ma il progresso economico nel
cinquantennio successivo inconsistente; anzi la politica governativa,
tesa a proteggere l'industria nazionale del centro-nord del Regno,
colpì gravemente l'agricoltura e l'artigianato locali, e l'emigrazione
fu l’alterativa unica a una realtà immobile. Dai 1871 al 1914 ca. un
milione di isolani emigrarono, specie nelle Americhe. Nel periodo tra le
due guerre il fascismo si impegnò in opere di bonifica, ma il malessere
rimase grande. Durante la seconda guerra mondiale nel luglio-agosto 1943
gli eserciti angloamericani occuparono l'isola. Nell'ultimo trentennio
l'impegno per mutare il volto della Sicilia è stato consistente. Lo
statuto speciale regionale, la riforma agraria, l'uso di tecniche
moderne in agricoltura, lo sviluppo dell'industria grazie soprattutto
agli interventi della Cassa dei Mezzogiorno e delle aziende di Stato, il
potenziamento della rete stradale, il turismo di massa hanno
riavvicinato l'isola al continente stimolandone la vitalità. Tuttavia
l'emigrazione è stata imponente, specie negli anni Cinquanta e
Sessanta, accompagnata da un massiccio inurbamento anche verso i
maggiori centri isolani con conseguente abbandono delle terre più
povere e isolate della regione. I problemi permangono gravi e il
sottosviluppo è ancora esteso.
* Arte
Numerosissimi sono i ritrovamenti preistorici effettuati sia in
Sicilia sia nelle isole minori attestanti la presenza dell'uomo dal
Paleolitico al Neolitico (sepolcreti, resti di capanne, ceramiche e
vasi, graffiti); resti di abitati indigeni delle età dei metalli sono
parimenti diffusi, mentre una testimonianza della presenza fenicia viene
dalla città di Mothia, presso Marsala. Grandi testimonianze
artistiche lasciarono nell’isola i Greci e i monumenti giunti fino a
noi spesso sono più importanti e maestosi di quelli della madrepatria:
tra gli esempi più significativi sono i templi di Agrigento, di
Selinunte, di Segesta, i teatri di Taormina e di Segesta, le rovine di
Siracusa, le mura di Gela, le rovine di Lentini, Palazzolo Acreide,
Naxos, Tindari e di numerose altre località, quali Imera e Selinunte.
Altri centri importanti della medesima epoca sono Milazzo, Zancle,
Catania, Palermo. Nella maggioranza gli edifici, costruiti in stile
dorico, risalgono al V sec. a.C., il periodo di maggior splendore e
potenza delle città greche nell'isola.
Meno importante è la traccia lasciata dalla lunga conquista romana,
anche se ovviamente non mancano opere di primaria importanza, tra cui si
possono citare i complessi delle rovine di Solunto, di Siracusa, di
Taormina e la bella villa dei Casale, presso Piazza Armerina (mosaici).
Dall'età romana, con poche presenze valide dell'arte paleocristiana
e bizantina (duomo di Siracusa, trasformazione di un tempio dorico,
chiesa di Rometta), si passa direttamente all'età arabo-normanna, o
meglio allo stile particolare che sviluppò l'arte in Sicilia nel XI I
sec. quando, a dominazione araba ormai finita, i nuovi conquistatori si
diedero a rinnovare l'architettura religiosa e civile; i migliori esempi
di questo periodo si trovano a Palermo e nella zona circostante (palazzi
della Cuba e della Zisa, reggia dei Normanni, chiese di San Giovanni
degli Eremiti, della Martorana, duomo di Cefalù e di Monreale, tutte
costruzioni riccamente decorate).
Un'arte meno fantasiosa si affermò invece nella zona di Messina,
nello stile chiamato normanno bizantino (San Pietro da Italia, Santi
Pietro e Paolo sulla fiumara di Agrò).Tuttavia l'influenza araba rimase
dominante e determinante anche nei secoli e periodi successivi, come
quelli romanico-gotico (San Francesco, a Palermo) e gotico (Santa Maria
Alemanna, a Messina), oltre a quello trecentesco conosciuto come
chiaramontano, dove si mescola ad influssi aragonesi. Una
mescolanza ancora più complessa si verifica nell'architettura
quattrocentesca, specialmente nella costruzione di chiese (esempi
significativi di simili edifici a pianta centrale con cupola sono a
Modica, Comiso, Erice, Trapani), mentre in pittura dopo il Tilonth della
Motte di Palazzo Sclafani si afferma la personalità di Antonello da
Messina e nella scultura emergono F. Laurana e la famiglia dei Gagini.
è un periodo vivacissimo che continua nel XVI sec. con chiese (Santa
Maria dei Miracoli, a Palermo) e numerosi palazzi.
Il barocco, che in Sicilia trovò modi e forme originali aprendosi a
diverse tendenze, si affermò a partire dalla metà dei Seicento,
particolarmente nella parte sudorientale dell'isola: città come Catania
e Noto furono interamente ricostruite dopo i terremoti che le avevano
distrutte, mentre numerosi altri centri urbani furono costruiti per
potenziare l’agricoltura soprattutto nel Settecento che si assiste
allo sviluppo impetuoso dei barocco, grazie all'opera di architetti
quali G. Amato, G.B. Vaccarini e Sicilia, che operarono appunto a
Catania. A Palermo, invece, dove si era affermato uno stile dì
derivazione romana e spagnolesca, fu G. Serpotta a illuminare con le sue
decorazioni e invenzioni gran parte delle chiese costruite. Scarsa è
l'originalità dell'architettura ottocentesca siciliana (merita però un
ricordo il Teatro Massimo di Palermo, opera di G. B. F. Basile). Da
ricordare, infine, con apporti non trascurabili, è lo stile floreale e
liberty, il cui massimo rappresentante nell'isola fu E. Basile (Cassa di
risparmio, villa lgea, villino Fiorio, a Palermo).
* Folclore
Chi si ferma alle apparenze del folclore siciliano può essere talora
ingannato dalle vivaci e colorate immagini dei quadri ambientali che
caratterizzano feste patronali, sagre paesane e manifestazioni varie.
Sotto la veste esteriore da vedere e capire l'anima del popolo
siciliano, legata più che mai alle sue tradizioni, anche alle più
antiche; quelle che risalgono ai tempi del dominio greco e fenicio, o a
quello posteriore, arabo e normanno. Questo legame si avverte
specialmente nelle aree interne, quelle che sono rimaste quasi appartate
dall'evolversi del costume, dove riecheggiano proverbi, canzoni,
mottetti, fiabe e leggende, storie cantate.
Vicini all'anima di queste genti, si coglie la segreta pena di un
popolo di pastori e di contadini che hanno trascorso fra stenti e
miserie. Non mancano tuttavia ricordi e rievocazioni di momenti gioiosi,
che la religiosità cristiana ha santificato, senza per altro cancellare
completamente reminiscenze pagane. Queste feste, in occasione del santo
patrono o di ricorrenze religiose si svolgono con una coreografia che
per passionalità e fasto non ha confronti con quella di altre parti
d'Italia. La fantasia si manifesta con addobbi sontuosi, cani di vivaci
colori, lunghe sfilate di bandiere e simulacri. Musiche, luminarie,
balli e fuochi d'artificio completano il quadro. A Caltanissetta il
giovedì santo avviene la processione dei Misteri, il venerdì santo a
San Cataldo quella della discesa dalla Croce, a Messina quella detta
delle Varette; una tipica, che si svolge secondo i riti orientali è
quella di piana degli Albanesi. Occasioni per raduni folcloristici sono,
oltre quelle religiose, anche talune sagre, come quella di Agrigento per
il mandorlo in fiore o quella della zagara, che si tiene in marzo a
Palermo, la sagra del lago di Pergusa, a Enna.
Oltremodo spettacolari sono le sfilate carnevalesche a Taormina,
Sciacca e Acireale. Relegato nella memoria del tempo passato è un certo
tipo di artigianato, quello che ha creato i pupi nella loro rutilante
armatura e i carretti dipinti, con pennacchi a vivaci colori. La
decorazione dei carretti, riflette ormai il gusto moderno che vuole
soddisfare più la curiosità dello straniero che non la sentita
rievocazione di epiche gesta. |
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